Carlo Tassi, il pittore che sapeva catturare i ‘frame’ della vita quotidiana

Secondo appuntamento per la riedizione degli scritti e ricordi tratti dal Catalogo “In cerca di un personaggio, Carlo Tassi” a cura di Mara Vincenzi-Tassi, edito dalla Liberty house, Ferrara nel 2013.


CARLO TASSI, IL PITTORE CHE SAPEVA CATTURARE I FRAME DELLA VITA QUOTIDIANA, di Alan Fabbri – Sindaco del Comune di Bondeno.

Non è mai semplice tracciare il profilo di un grande artista. Perché la lettura del suo pensiero artistico si articola inevitabilmente con quella più complessa dell’uomo, del suo pensiero, del confronto che il pittore ha con il suo ambiente. In grado di plasmarne il tratto, la visione del mondo. Una visione che, grazie al grande Carlo Tassi, ed alla sua capacità di arrivare a tutti con il proprio messaggio, è oggi un patrimonio inestimabile per l’intera collettività. Eppure, il profilo artistico di Tassi, sul quale oggi gli studiosi dell’arte si confrontano, aveva questa particolarità: sapere trasmettere emozioni autentiche, che ciascuno era poi in grado di ricollocare nel proprio immaginario. Fatto di scene di vita quotidiana, di un ambiente rurale progressivamente trasformatosi, ma immutato come fascino. In grado di ricondurre all’infanzia; ai momenti in cui, per la prima volta, ci si era trovati di fronte ad un suo quadro. O al confronto diretto con l’artista, che sapeva essere particolarmente stimolante per quanti riuscivano a capirne la profondità. Assieme all’immagine soggettiva e romantica dell’autore. Nelle sue tele, ciascuno di noi è in grado di trovare un legame profondo con le sue origini. Con quelle atmosfere di genuina spontaneità che si respirano osservando i campi, le scene dell’opera dell’uomo, i momenti di svago nelle osterie. Frame di vita quotidiana, di un ambiente sociale meno mediatizzato della nostra contemporaneità e che ancora, per chi ha la volontà di ricercarli, possono essere individuati nei locali che il tempo, miracolosamente, sembra non avere scalfito. Inevitabilmente, queste scene ci riportano a momenti di vita passati, cha ciascuno può ricollocare secondo la propria profondità d’animo. Quelle pennellate su tela hanno, tuttavia, impresso scene indelebili, dove attori sconosciuti e comuni, sono rimasti “scolpiti” per sempre. Come se in quelle tele e in quei ritratti fossero rimaste imprigionate immagini, che altrimenti sarebbero volate via, evaporate come mille parole pronunciate dai protagonisti (fra i tanti) di un’epoca. Impareggiabile è la capacità dell’artista di rappresentare situazioni, come la trasformazione di una terra legata lungamente al lavoro dei campi, all’opera dei braccianti, e progressivamente trasformatasi per via dello sviluppo delle vie di comunicazione, della nascita di nuove forme di occupazione. Dove, comunque, quei campi e quelle osterie in cui ancora si respira l’aria di un ambiente semplice e rurale, continuano a stupire, resistendo all’incedere ineluttabile del tempo. Avere avuto la possibilità di confrontarsi con Carlo Tassi è un privilegio, che ha consentito a chi ha avuto il piacere di conoscerlo e confrontarsi con lui, di individuare nel suo pensiero artistico anche la figura di Cristo, che trova nelle sue opere una posizione particolare, ed in misura diversa anche le tante persone incontrate lungo il cammino. Così come l’immagine degli alberi, dal significato profondo, come nelle culture nordiche, dove in fondo questa pianta è, prima di tutto, un albero della vita. L’immaginario affascinante di Carlo Tassi era tutto questo e molto altro ancora. Il tributo della comunità matildea, che non potrà mai dimenticarlo, è racchiuso anche nelle foto e nella videointervista che l’autore, ormai alla fine del suo percorso di vita, concesse, come lascito della sua carriera umana ed artistica, al tempo stesso. Uno dei tesori più preziosi dell’iniziativa “Belle storie”, presentata nella pinacoteca civica che porta il nome di un altro grande artista, Galileo Cattabriga. In una delle immagini in cui Carlo Tassi fu immortalato, pochi mesi prima della sua scomparsa, l’autore fissa verso l’alto indicando il cielo. Forse indicando quell’ultimo soggetto che il suo impareggiabile tratto avrebbe voluto esplorare.

Alan Fabbri

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