Carlo Tassi ‘puer aeternus’

Continuando le celebrazioni in memoria del pittore Carlo Tassi, diamo il via alla riedizione di una serie di scritti e ricordi illustri, parte del Catalogo “In cerca di un personaggio, Carlo Tassi” a cura di Mara Vincenzi-Tassi, edito dalla Liberty house, Ferrara, nel 2013.


CARLO TASSI PUER AETERNUS di Gianni Cerioli

BONDENO (FERRARA). NELLO STUDIO DEL PITTORE CARLO TASSI, ARTE, ATELIER, COLORI.Festeggiare un compleanno in absentia del festeggiato lascia sempre dei margini di perplessità. Eppure sono presenti per l’occasione gli splendidi scatti di Andrea Samaritani che fotografano le sue opere, ci sono gli scritti di occasione e, tra questi, il racconto di uno scrittore ferrarese, cittadino del mondo, che ricorda la nascita di un’amicizia tra due artisti. Manca proprio lui, Carlo, con la sua aria bonaria a consigliare di non prenderci troppo sul serio nel fare queste cose chè il lato serio della faccenda sta nel farla l’arte, nel corteggiarla, nell’immergersi ogni giorno con infinita pazienza nel ricercare e nel trovare le coordinate giuste per creare le opere, siano esse sculture o pitture.

Carlo Tassi è nato scultore, la scelta di essere anche pittore è stata conseguente al successo che ben presto riscuote nella pittura. Questo fatto deve essere tenuto ben presente da chiunque voglia affrontare un discorso critico su Tassi e la sua storia di artista. È il dialogo con la materia che lo interessa per la sua plasticità che cede gradatamente alla compattezza più resistente. La scultura è  un’arte che conosce le azioni del fuoco e la fusione dei metalli. Come espressione artistica offre anche la possibilità di poter far girare attorno all’opera stessa lo spettatore che può godere le forme da ogni lato perché la scultura, soprattutto quando è buona, tiene lo spazio in modo splendido. Come scultore Carlo ha un punto fermo nel disegno e nella grafica che è una vera scoperta per chi può accedere ai lavori di catalogazione in fase di attuazione della sua opera.

La pittura è arrivata presto con innamoramenti previsti e prevedibili nel contesto del nostro secondo dopoguerra, ma ha avuto un percorso più articolato e alla fine vincente in quella “maniera nera” che è la sua cifra stilistica caratterizzante. Eppure, a ben guardare, certi primi quadri scuri attengono ad una stagione della storia dell’arte che tutti conosciamo che segue la linea del chiaroscuro. Quelli della “maniera nera” (presenti già dal periodo di Guidizzolo) hanno un’altra genesi, molto più complessa, fatta, come tutta l’arte d’altronde, di processi alchemici. Non è un caso se Tassi ha sempre legato al processo creativo e ai movimenti della materia l’idea di sofferenza.

L’opera al nero, la nigredo, è l’inizio del processo di sublimazione della materia grezza. In questo cammino molti studiosi hanno visto analogie con la creazione artistica. Carlo Tassi attraverso la trasmutazione della materia in scultura ha dimostrato di saperne realizzare compiutamente la potenzialità espressiva nel mondo . È proprio la scultura a rilasciare alla pittura quel tanto di materia plastica che serve per ispessire i supporti su cui la pennellata si sgrana, rivelando la luce imprigionata nei pigmenti. La scultura dunque continua ad esistere sui supporti materici che accolgono la pittura e ne modificano le linee, i colori e le forme.

Pare allora evidente lo stato di trasmutazione della materia come albedo che la pittura realizza sulla superficie del supporto trattato in questo modo. La materia pittorica stessa catalizza la fase trasmutativa: sul nero della materia di fondo la pittura non potrà che essere chiara. La luce si aggiunge alla tenebra. Il processo sottolinea analogie e simbolismi evidenti. Ora agli elementi di terra della scultura si possono sommare quelli di acqua della pittura-albedo. Tutto il territorio in cui Tassi insiste vive dell’acqua, conserva una sua storia di acque fin dentro le forme delle campagne, degli abitati, della gestione stessa del territorio.

A voler continuare questa lettura alchemica della pittura di Tassi è possibile leggere la fase conclusiva della rubedo nella realizzazione dell’idea di “creatura” che in un qualche modo rende l’essenza stessa della sua arte.

65102Tutta l’opera di Tassi riformula una concezione dell’essere vivente che è autentico rispetto dell’altro e che dimostra il senso più alto della pietas, di quell’umana partecipazione alle vicende di ogni vita che vive. La figura umana, ma gli alberi soprattutto diventano per il nostro artista segni di questa “creaturalità” che lo affascina, gli brucia dentro e lo commuove sempre ogni volta. Il punto più alto di tutta questa operazione è costituito da quelle immagini del Cristo delineate, formate, contornate dai rami degli alberi spogli che tutti quanti ben conosciamo.

Tassi si dimostra un artista autentico, libero cittadino di un mondo padano, capace di riconoscere la poesia nelle cose apparentemente impoetiche, fatte di terra argillosa, impastate di lavoro, sudore, fatica, di tenacia, quelle insomma che provocano la gioia e il dolore, la passione e la tribolazione. Anche l’arte a questa sofferenza partecipa trasmutando la materia che adopera in qualcosa che nasce sotto nuove apparenze, concrete seppure delle stesse parvenze dei sogni.

Un’altra osservazione deve essere fatta a proposito del racconto di Gian Carlo Sitta che con giusta ragione Mara, seconda moglie dell’artista, ha voluto venisse pubblicato. È uno scritto dedicato proprio a Carlo. Ben poco si sapeva di questo rapporto amicale tra i due artisti. Dagli archivi di famiglia sono emersi però, come sorpresa inaspettata, altri racconti e attestazioni di stima autentica.

Gian Carlo o Giancarlo, come ama firmarsi, è nato in località Motta nella frazione di Gambulaga a Portomaggiore il 22 ottobre 1932 da una famiglia di proprietari terrieri. É un ragazzo fantasioso con una bella parlantina e di animo sensibilissimo. Tra gli amici di famiglia c’è il pittore Galileo Cattabriga che si era innamorato di quei luoghi ed era diventato di casa. Erano famose le sue improvvise uscite di scena per andare “a comprare le sigarette” per poi sparire per tempi anche molto lunghi e ricomparire all’improvviso come se nulla fosse accaduto.

Giancarlo è un ragazzo molto intelligente, riservato, interessato a tutto ciò che lo circonda. La famiglia si trasferisce a Ruina, per Giancarlo è un trauma. La nuova situazione gli permette di conoscere la famiglia Cavallini-Sgarbi. È proprio Vittorio Sgarbi a far pubblicare un racconto lungo di Sitta, Ipotesi di una scomparsa, per le Edizioni L’Obliquo di Brescia con una incisione di Gianfranco Goberti, nel 1992, poco prima della morte dello scrittore avvenuta il 13 agosto 1992.

Delinearne in breve la vita non è facile: come portato da un continuo desiderio di fuga Sitta cerca qualcosa che non lo lascia mai quieto. Tutte le situazioni affrontate non vengono portate a termine. Si iscrive all’Università in diversi momenti e a facoltà diverse (Chimica, Lingue, Giurisprudenza) senza mai laurearsi. Altrettanto difficile è seguire i suoi continui spostamenti e i suoi ritorni. La Francia, la Legione straniera in terra d’Algeria, la Germania, Amburgo soprattutto, il Canada e per ultima l’Australia. È insomma uno di quegli uomini “colti e di maniere educate, poliglotti”che assomigliano a certi suoi personaggi. Vive facendo il rappresentante per un’industria farmaceutica e il traduttore per una nota casa editrice italiana.

Tassi e Sitta si conoscono alla metà degli anni Settanta. Dall’Australia nel 1979 invia a Carlo un romanzo senza titolo e alcuni racconti. Intorno al 1988 Giancarlo torna a Ferrara, già gravemente ammalato. È di quell’anno il racconto dedicato a Carlo Tassi nel quale in primo piano si colloca l’incontro tra due artisti, uno della parola e l’altro della pittura. Carlo emerge in tutta la sua umanità in questo approccio. È proprio lui nell’evidenza del suo essere artista e uomo che sostiene in modo convinto la sua poetica.

Ognuno dei due vive autonomo nella sfera delle arti sorelle a cui appartiene. Tutto potrebbe stare all’interno di quelle interazioni che nella nostra cultura hanno regolato i rapporti tra verbale e iconico a partire dell’aforisma di Simonide, tramandatoci da Plutarco, di una pittura che sta in silenzio e di una parola poetica che parla. In Sitta non prevale il procedimento ecfrastico, non c’è la traduzione verbale dei quadri di Carlo quanto una immersione totale nelle sue opere. Scrive, infatti, a conclusione della visita allo studio di Carlo: “Mi fermerò a questo punto senza più procedere nell’area descrittiva avendo esaurito i miei già fragili poteri di concentrazione, sono forse ebbro di forme e di colori”. Il letterato e il pittore si trovano accomunati in uno scavalco totale dei rispettivi codici espressivi ovviamente diversi.

Giancarlo Sitta coglie dell’incontro con il pittore un aspetto a mio avviso molto importante. È la presenza nella figura di Tassi della dualità dell’archetipo Puer-Senex. Fin dall’incipit Sitta propone al lettore la sua tesi. “È strano pensare che tante realtà che si sono sempre pensate e riconosciute come un solo valore, un’entità unica, verità dal volto monocorde prive di ambigue classificazioni, si presentino poi spesso e si rivelino come una duplice combinazione, un equilibrio di valori e di significati decisamente contrastanti, un doppio fronte originato forse dal bisogno di stimolare i nostri sensi, un tentativo e un pungolo ben preciso di dare un volto nuovo e significanze diverse ad una realtà ognor cangiante”.

Il mondo non si presenta secondo le modalità rassicuranti della nostra quotidianità. Nel descrivere il pittore Sitta utilizza una serie di indizi lessicali ai quali affida l’integrazione della personalità di Carlo appoggiandosi sulla dualità delle sue componenti. Da un lato c’è il Puer “originario seme dinamico dello spirito” (Hillman), dall’altro il Senex, il vecchio saggio, il sapiente solitario, il malinconico rimuginatore dell’ordine e della perfezione. Questa ambivalenza è la stessa che utilizza Tassi nel presentarci i suoi personaggi di vecchi all’osteria. Sono in realtà giovani che portano le ragioni e le sembianze di Saturno fin dentro le riflessioni esistenziali davanti ad un bicchiere di vino.

Ancora Sitta a conclusione del suo racconto conferma: “C’è sempre, come ho detto all’inizio, una spaccatura in due fra valori e significati, fra pensiero e realizzazioni, solo il folle o il semplice si accontenta sempre e soltanto di una sola realtà, fa anche comodo in molti frangenti l’essere così, limitare la propria sfera. Dopo queste considerazioni possiamo certamente affermare che in conclusione vi è chi si accontenta di un solo aspetto della realtà e chi prospera nella molteplicità di significati contrastanti”.

Buon Compleanno, Carlo!

Gianni Cerioli